06-04-2014
GUIDA AI DIRITTI ED AI DOVERI DEI DETENUTI SECONDA EDIZIONE: Nella sezione UTILITA' del sito è disponibile la seconda...
 
I BAMBINI NATI SOTTO I TETTI SBAGLIATI
I BAMBINI NATI SOTTO I TETTI SBAGLIATI
 
di Conchita Sannino sannino Conchita Sannino - Giornalista di Repubblica Lasciamo i criminali sullo sfondo, per una volta. E l'autoreferenzialità di chi li cerca, li cattura, li racconta: per diritti di funzione o doveri di cronaca. Parliamo dei più piccoli, adesso. Di quelli che stanno muti e sentono, e assorbono. Che non hanno (ancora) colpe. I figli. I nipoti. I bambini. I loro. Parliamo di questi altri. I minori nati sotto terribili tetti, sbagliati. Quelli che non contano (ancora) niente, nelle famiglie di 'ndrangheta, di camorra, di mafia, a dispetto di cognomi pesanti, o macchiati. Quelli come Anna, o Francesco, o Maria che - al Pallonetto di Santa Lucia, di fronte al mare dei contrabbandieri di un tempo, a Napoli - al mattino vanno in cucina e trovano zia o nonna o fratello grande a setacciare droga, a preparare o spacciare le dosi. A riconoscere gli adulti tra "soci in affari' e 'tossici'. Parliamo di quegli altri ragazzini che, a Reggio Calabria, ascoltano discorsi di morte, non vanno a scuola, o studiano solo il reinvestimento di denaro macchiato dai narcos. Mettiamoli al centro, se vogliamo essere Paese di un'antimafia civile. Non hanno voce e non hanno identità pubblica (o per lo meno, non dovrebbero averlo un nome sui giornali, a loro tutela). Soprattutto non hanno un futuro, che non sia quello segnato. E non hanno - a parte legami di sangue già laceranti, intaccati dalla nera pianta delle mafie - qualcuno che si preoccupi di indirizzarli in direzione opposta. E chi poteva cominciare a occuparsene, attesa la crisi delle pubbliche amministrazioni, i tagli imposti dall'austerity, la morte del welfare e la lente agonia in cui sono scivolati i servizi sociali? I Comuni non se ne occupano più. Non me hanno le risorse. E allo Stato non resta che il versante penale. I magistrati. La scelta più drastica e dolorosa - sottrarli alle famiglie, sospendere l'esercizio della potestà genitoriale - è stata adottata già da qualche anno dalle Procure e dai Tribunali per i minori di Reggio. Ora cominciano, lungo lo stesso solco, i giudici napoletani. Molte resistenze culturali, figlie di una cultura di sinistra ancorata a schemi superati, continuano ad agire. Qualche intellettuale avanza dubbi. Intanto generazioni di ex bambini sono state già perse, nelle patrie galere o nei camposanti. I padri o i fratelli grandi o gli zii invecchiano in carcere, nel migliore dei casi. O marciscono da latitanti dietro le pareti invisibili dell'omertà o di connivenze, più o meno a termine. Oppure finiscono nei cimiteri, non di rado sostituiti nei ruoli di vertice da sinistre figure di mogli e madri-capo cosca. Per salvare gli altri, i piccoli, tocca la determinazione, e l'equilibrio, di uno Stato che deve saper guardare senza ipocrisie ai troppi casi limite. Alcune comunità di recupero sono già schierate coraggiosamente verso questa nuova frontiera dell'antimafia educativa. Un'insegnante solida e paziente, Maria, da trent'anni formatrice dei ragazzini (spesso analfabeti) dell'area penale, mi racconta che persino loro, i figli dei boss, costretti a pensarci ora confessano: «Se ci avessero dato ad altri genitori, certo il dolore era tanto, ma se era per il nostro bene...». Occupiamoci di loro, è ora. Anche perché, nel Paese che sa reprimere e condannare capi e gregari dei clan ma molto spesso non sa riempire quel vuoto; nel sistema che sequestra i beni ma non è in grado di rigenerarli a nuova vita sociale, concentrarsi sui boss è parlare solo di loro. Parlare dei piccoli, invece, è occuparsi di noi. Della società che siamo, di quello che diventeremo. E delle chance che ciascuno deve avere. A parità di innocenza.